Città e Piattaforma. Dentro e oltre la metafora

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Ciò che segue è un’esplorazione del rapporto tra due figure: quella della città e quella della piattaforma. Esplorazione perché tratta il rapporto tra i due come campo d’indagine aperto e non dato a priori. La metafora, ossia guardare e descrivere l’una attraverso l’altra, mi sembra in questo caso la maniera migliore di definire questo rapporto.

Il punto di partenza è un intervento presentato a Città, spazi abbandonati, auto-gestione [1], giornata di discussione organizzata da Laboratorio Crash a Bologna il 3 ottobre 2017. Da un lato il proposito originale della relazione era quello di proporre alcuni strumenti di pensiero che fossero utili alla discussione e che permettessero di approfondire alcune modalità contemporanee di produzione neoliberale dell’urbano, dall’altro, l’uso della metafora come punto di snodo voleva e vuole ancora essere trasformativo. Prima di tutto perché permette di allargare il quadro spostando il fuoco sulle rappresentazioni della città, cioè sull’inevitabile pluralità di immagini che di essa si percepiscono, si fabbricano e si contestano; in secondo luogo perché permette di chiedersi se esistano possibilità di ribaltamento, di appropriazione o più semplicemente di utilizzo di questo rapporto tra città e piattaforma.

Ma che cosa si intende, nell’uso comune, per piattaforma? Nella maniera più generale possibile, essa è

  • nome generico di strutture piane e resistenti […] che servono di base, di appoggio, di collegamento, o rendono possibile il passaggio, il movimento o determinate manovre;

A mio avviso, però, la voce linguistica che meglio incorpora quell’immaginario che il senso comune le attribuisce oggi è quello di

  • piattaforma digitale, ossia un agglomerato di hardware e software che permette di svolgere determinate operazioni.

Si tratta quindi di un dispositivo di facilitazione e di organizzazione, di un set di elementi e norme che regolano flussi, passaggi, spostamenti ed operazioni di diversa natura. Non a caso la figura della piattaforma si utilizza per descrivere le trasformazioni recenti dell’economia neoliberista, ed è facile immaginarne la continuità con l’impennata dell’economia dei servizi, della logistica, dei dati, il cui comune denominatore è, appunto, lo spostamento — sia esso di persone, beni oppure informazioni.

Le piattaforme neoliberiste

Stiamo parlando del platform capitalism, ossia dell’insieme dei meccanismi contemporanei attraverso cui, nella maniera più semplice, i dati sono  estratti e messi a profitto [2]. In sostanza, è l’esito (ben più critico) di ciò che avrebbe dovuto essere la sharing economy e delle sue iniziali promesse di partecipazione orizzontale e benessere diffuso. Anziché uno scenario di condivisione delle risorse, dei mezzi e dei profitti a beneficio di una certa collettività, ciò che si è prodotto è la cattura, da parte di pochi, di quello che è shared: tutto quello che intenzionalmente o no condividiamo (pensiamo alla scia di dati che produciamo in ogni frangente) è effettivamente immagazzinato e rivenduto.

Il capitalismo delle piattaforme descrive la maniera in cui aziende come Amazon, Google, Facebook, Uber, Airbnb operano sul mercato. Volendo tracciare una linea che le attraversi: il loro core business è tanto la prestazione (spesso retribuita) di un servizio, quanto l’estrazione di valore dalle interazioni sociali che ne derivano. Per esempio: Uber riceve da un lato una percentuale della transazione user-driver; dall’altro si appropria di tutti i dati che può registrare dalla loro interazione come il percorso, numerose rilevazioni ambientali o persino i gusti musicali dell’utente.

Risulta evidente che, a causa del crescente peso economico e sociale che assumono, le piattaforme, in quanto entità reali, arrivano a ricoprire un ruolo di prim’ordine all’interno dell’assetto politico globale. Come descrive Benjamin Bratton [3], la planetary scale computation, cioè la diffusione planetaria del software e dei sistemi informatici, ha radicalmente trasformato il rapporto tra territorio e sovranità. Per descrivere quest’ultima non è più sufficiente riferirsi alle istituzioni politiche della modernità (Stati, regioni o municipalità), ma bisogna districare la “catasta” stratificata che comprende server e cloud, users e interfacce. Basti pensare ai violenti contrasti occorsi tra Google ed il governo cinese: in fondo si tratta di una lotta per la sovranità, seppur articolata in maniere (ancora) diverse. Il rapporto tra le piattaforme che compongono questa geografia emergente e le istituzioni che hanno governato lo spazio attraverso la modernità è una questione giuridica, politica ed economica di un certo peso [4].

Non volendoci qui occupare di piattaforme strettamente economiche, ma prendendole come spunto di partenza per tratteggiare una metafora, possiamo evidenziarne alcune caratteristiche:

  1. Quello della piattaforma è un modello economico che permette la costruzione di altri beni, servizi e tecnologie su di esso: è in questo senso un sistema sufficientemente adattabile e flessibile;
  2. Estraendo profitto dai dati, si pone in quanto intermediario e campo d’azione al tempo stesso, incorporando necessità intrinseche di registrazione e sorveglianza costanti;
  3. Traendo il proprio valore dalla quantità di dati di cui riesce a farsi portatore (dal punto di vista dell’utente, che li interroga, e dal punto di vista del proprietario, che li rivende) si basa sull’effetto rete, tendendo ad un assetto monopolistico; le grandi acquisizioni che caratterizzano il processo evolutivo delle piattaforme, come ad esempio il recente acquisto di Whole Foods da parte di Amazon, ne sono un esempio significativo;
  4. Pur presentandosi come forme plate o tabula rasa, ogni piattaforma contiene in sé un’idea decisamente politica, nel senso che permette alcune operazioni e ne vieta altre: è regolata da norme

La città piattaforma 

Nel discorso mainstream, la metafora città-piattaforma descrive l’impatto di alcune tecnologie digitali (accesso internet diffuso, ubiquità dei dispositivi mobili e disponibilità di big data) sulle pratiche di governo del territorio. Una teoria secondo cui gli sviluppi tecnologici più recenti possono garantire un miglioramento radicale dei servizi urbani. Gli effetti positivi della trasformazione tecnologica potrebbero infatti investirne tutti i campi: dalla governance alla pianificazione urbana, dalla gestione del commercio e dei trasporti alla sanità pubblica, fino ad una maggiore democratizzazione dei processi decisionali urbani. Anche il progetto della città è data-driven [5]. Basti pensare alla quantità di dati generati tramite il sistema contactless in città come Londra, o ancora meglio attraverso la sua prossima sostituzione con sistemi di riconoscimento facciale sempre più diffusi.

La città-piattaforma è un meccanismo perfetto, facilmente programmabile, un dispositivo dal funzionamento rapido e dall’uso intuitivo. Ricorrendo ad alcuni stereotipi, essa è l’habitat naturale del lavoratore flessibile e dinamico, strutturalmente precario, armato del suo arsenale di dispositivi e servizi on-demand che intersecano quelli offerti dalla città.  La stessa cosa vale per la figura del turista globale. La città-piattaforma è un sistema aperto di opportunità, un agglomerato di hardware e software in cui un passaggio in automobile, un pasto a casa o un pernottamento in appartamento sono costantemente a portata di dito. A questa metafora possiamo collegare, forse, quei filoni ideologici che fanno della città un luogo che prima di tutto abbraccia o addirittura accelera le trasformazioni tecnologiche, sociali, economiche; e di conseguenza si presenta come spazio privilegiato di opportunità di crescita. Forse la città imprenditoriale di David Harvey, quella creativa di Richard Florida, fino alla tanto ripetuta quanto variegata figura della città smart, [6] tutte sono riconducibili alla metafora della piattaforma.

Dunque cosa succede oggi quando i giganti del platform capitalism guardano alla città? Un esempio recente lo propone Amazon, che ha pubblicato quest’anno un bando per selezionare il sito geografico per il suo secondo quartier generale [7]. Vale la pena di esaminare i requisiti minimi che permettono alle municipalità l’accesso alla selezione:

  • un’area metropolitana comprendente più di un milione di abitanti;
  • una popolazione diversificata;
  • un ambiente aziendale

Risulta peraltro necessario presentare:

  • una lista di università locali e statistiche sulle qualifiche dei lavoratori locali;
  • prove di facile accesso alla rete di trasporti pubblici, di tempi percorrenza inferiore a 45 minuti per raggiungere un aeroporto internazionale, di accesso alla rete autostradale inferiore a 2 miglia;
  • presenza di connessione internet su fibra ottica e mappa di copertura significativa della rete cellulare;
  • dati sulla congestione stradale.

Se è vero che questo esempio ci mostra il lupo mentre caccia, la città-piattaforma come agglomerato di opportunità, infrastrutture fisiche e capitale umano riappare con le stesse sfumature in progetti di natura diversa. Il programma di ricerca New Cities della californiana Y Combinator [8], votato a ripensare radicalmente la natura e la pianificazione dell’ambiente urbano, chiede, ad esempio: per quali attività bisogna ottimizzare la città? Come misurarne l’efficienza?

In conclusione, la metafora della città-piattaforma sembra descrivere, oggi, prima di tutto un meccanismo estrattivo. Nella sua dimensione fisica, in cui determinate infrastrutture accelerano la produzione di valore, e nella sua dimensione sociale, in cui ogni interazione diventa produttiva. La domanda che emerge, forse scontata ma in forte contrasto con le narrazioni che ne esaltano l’apertura e la semplicità di utilizzo, è: per chi? Vale la pena riesumare un’altra metafora utilizzata in precedenza, cioè quella del dispositivo. Questa volta però nel senso notoriamente attribuitogli da Foucault e così riassunto da Agamben [9]: “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche [. . . ]. Il dispositivo è la rete che si stabilisce fra questi elementi”. In quanto tale, il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere. Non è difficile, penso, leggere quanto descritto prima e quotidianamente ci cattura attraverso questa definizione.

Oltre la metafora

Come ogni tecnologia, nemmeno la metafora, che è una tecnologia del linguaggio, è intrinsecamente neutra. Anzi, la sua azione è strettamente dipendente dallo scopo e dal programma entro il quale viene utilizzata. Basta questo per provare ad immaginare alcune linee di ribaltamento e riappropriazione?

La risposta più diffusa al rapporto città-piattaforma che oggi possiamo osservare è un’azione di tipo normativo: i governi urbani elaborano leggi che regolano la fornitura di determinati servizi, o addirittura li vietano.  Lo testimoniano i numerosi tentativi di regolamentazione di alloggi Airbnb, o ancora meglio i recenti Uber ban diffusi in varie parti d’Europa, l’ultimo quello descritto con toni apocalittici a Londra — il quale apparentemente colpisce 40.000 driver presto disoccupati. Le cifre che caratterizzano questi spostamenti sembrano suggerire le difficoltà di questo tipo di azione, che rimane piuttosto limitata ed emergenziale.

Alcune suggestioni più radicali ci vengono forse dall’emergere del platform cooperativism [10], il cui intento di base è quello di costruire una proprietà democratica dell’internet e dell’economia che ne scaturisce. In posizione radicalmente antitetica rispetto al platform capitalism, il cooperativismo di piattaforma propone di adattare la tradizione cooperativista ai processi economici resi possibili dalle piattaforme digitali. Si conforma quindi come una rete globale di coops specializzate in ambiti diversi, dall’e-commerce solidale (Fairmondo) al lavoro freelance (Loconomics), dalle pratiche decisionali (Loomio) ai dati sulla salute (Midata) [11]. La differenza sostanziale rispetto alle piattaforme di tipo estrattivo è l’assetto proprietario della piattaforma stessa, in questo caso distribuito collettivamente tra i lavoratori. Il cooperativismo di piattaforma si pone apertamente come sfida alla corporate sharing economy.

All’interno di questa prospettiva sono collocate alcune piattaforme che mantengono una connessione evidente con gli spazi fisici e sociali della città, costruendo ad esempio modelli alternativi per affitti a breve termine — o meglio ad Airbnb. La più conosciuta di queste, ancora in fase di sviluppo, è Fairbnb: una cooperativa di residenti possiede e gestisce un software per prenotare affitti turistici brevi, con l’obiettivo di garantire ai viaggiatori un’esperienza più specifica e reinvestire i profitti in progetti di interesse locale, tesi a mitigare gli effetti negativi dell’impatto del turismo sulla comunità [12]. Lo stesso assunto di base sottende ad altre piattaforme, per ora immaginarie: Allbnb, Munibnb e Cobnb [13].

Certo, la trappola costituita dal mito della comunità, della sua utopia pacificata e dei suoi conseguenti meccanismi di chiusura ed esclusione resta in agguato. Eppure questi esperimenti lasciano immaginare una gestione radicalmente diversa delle risorse urbane: non più monopolistica ma distribuita tra i partecipanti, non votata all’accumulazione di risorse ma re-direzionata su politiche di protezione sociale.

Com’è fatta la città osservata attraverso il cooperativismo di piattaforma? È possibile immaginare una fotografia alternativa, una potential politics che emerga dalla città-piattaforma attuale [14]  e riscriva questa metafora?

*Alberto Valz Gris


 

[1] I materiali relativi alla  giornata sono disponibili su infoaut.org.

[2] Il saggio di riferimento sul tema è Nick Srnicek, Platform Capitalism (Cambridge: Polity, 2016); trad.  it.  Nick Srnicek, Capitalismo Digitale (Roma: LUISS University Press, 2017).

[3] Benjamin Bratton, The Stack. on Software and Sovereignty (Cambridge, MA: MIT Press, 2015).

[4] Una riflessione significativa viene di nuovo da Nick  Srnicek,  “We  Need  to  Na- tionalise   Google,    Facebook   and   Amazon. Here’s   Why,”    The   Guardian,    August 2017, https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/30/nationalise-google-facebook- amazon-data-monopoly-platform-public-interest.

[5] Cfr. Rob Kitchin, Tracey P Lauriault, and Gavin McArdle, Data and the City (London: Routledge, 2017).

[6] Cfr. David Harvey, “From Managerialism to Entrepreneurialism: The Transformation in Urban Governance in Late Capitalism,” Geografiska Annaler. Series B, Human Geography 71, no. 1 (1989): 3–17, http://www.jstor.org/stable/490503, Richard Florida, The Rise of the Creative Class. and How It’s Transforming Work, Leisure and Everyday Life (New York: Basic Books, 2002); per un approccio critico nel vasto mare di pubblicazioni sulla smart city, si veda Alberto Vanolo, “Smartmentality: The Smart City as Disciplinary Strategy,” Urban Studies 51, no. 5 (2014): 883–98.

[7] Amazon ha la sua sede centrale a Seattle da oltre vent’anni. A settembre 2017 l’azienda annunciato pubblicamente di accettare candidature da varie città americane tramite la HQ2 Open Call. I punti seguenti sono tratti dalla HQ2 Request for   Proposals.

[8] Cfr. Announcing New Cities.

[9] Giorgio Agamben, Che Cos’è Un Dispositivo?  (Milano: Nottetempo, 2006).

[10] Cfr. Trebor Scholz, “Platform Cooperativism” (Rosa Luxemburg Stiftung, 2016); trad. it. Disponibile su alleanzacooperative.it.

[11] Un elenco piuttosto completo è disponibile su platform.coop.

[12] Cfr. fairbnb.coop.

[13] Cfr. Il contributo di Janelle Orsi in Nathan Schneider, “5 Ways to Take Back Tech,” 5 Ways to Take Back Tech, May 27,   2015.

[14] Cfr.  Ugo Rossi, “The Variegated Economics and the Potential Politics of the Smart City”, Territory, Politics, Governance 4, no. 3 (2016): 337–53.

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Agamben, Giorgio. Che Cos’è Un Dispositivo? Milano: Nottetempo, 2006.

Bratton, Benjamin. The Stack. on Software and Sovereignty. Cambridge, MA: MIT Press, 2015.

Florida, Richard. The Rise of the Creative Class. and How It’s Transforming Work, Leisure and Everyday Life.  New York:  Basic Books,  2002.

Harvey, David. “From Managerialism to Entrepreneurialism: The Transformation in Urban Governance in Late Capitalism.” Geografiska Annaler. Series B, Human Geography 71, no. 1 (1989): 3–17. http://www.jstor.org/stable/490503.

Kitchin, Rob, Tracey P Lauriault, and Gavin McArdle. Data and the City. London: Routledge, 2017.

Rossi, Ugo. “The Variegated Economics and the Potential Politics of the Smart City.”  Territory, Politics, Governance 4, no.  3 (2016):  337–53.

Schneider, Nathan.  “5 Ways to Take Back Tech.”  5 Ways to Take Back   Tech, May 27, 2015.

Scholz, Trebor. “Platform Cooperativism.” Rosa Luxemburg Stiftung, 2016. Srnicek, Nick. Capitalismo Digitale. Roma: LUISS University Press, 2017.

———.  Platform Capitalism.  Cambridge: Polity, 2016.

———. “We Need to Nationalise Google, Facebook and Amazon. Here’s Why.” The Guardian, August 2017. https://www.theguardian.com/commentisfree/ 2017/aug/30/nationalise-google-facebook-amazon-data-monopoly-platform- public-interest.

Vanolo, Alberto.  “Smartmentality: The Smart City as Disciplinary  Strategy.”

Urban Studies 51, no.  5 (2014): 883–98.

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Alberto Valz Gris

Alberto Valz Gris lavora come ricercatore e designer. Dottorando in Urban and Regional Development presso il Politecnico di Torino, si occupa di studiare il rapporto tra lo spazio della città e le trasformazioni recenti e future del lavoro.

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